Social vietati ai minori? Varchi: “Scelta necessaria”
Varchi: limitare social e gaming ai minori tutela lo sviluppo cerebrale e riduce il rischio di dipendenze e violenza.
Gela. Social e minori, Carlo Varchi: “I divieti servono a proteggere il cervello degli adolescenti”
La Gran Bretagna, guidata dal primo ministro Keir Starmer, si prepara a introdurre nuove restrizioni per l’accesso dei minori di 16 anni ai social media e ad alcune piattaforme digitali. Una scelta che segue iniziative già adottate da altri Paesi come Australia e Malesia. Ne parliamo con Carlo Varchi, psicologo, psicoterapeuta specializzato in neuropsicologia clinica ed esperto in cybersecurity.
Dottor Varchi, perché sempre più governi stanno valutando restrizioni all’utilizzo dei social da parte dei minori?
Perché esistono evidenze scientifiche che mostrano come l’adolescenza rappresenti una fase particolarmente delicata dello sviluppo. Tra i 10 e i 19 anni il cervello attraversa processi fondamentali di maturazione, soprattutto a livello della corteccia prefrontale, l’area responsabile della pianificazione, del controllo degli impulsi, della regolazione emotiva e dei processi decisionali.
Quali rischi comporta un’esposizione eccessiva agli stimoli digitali?
L’utilizzo prolungato e incontrollato di social network, videogiochi e piattaforme digitali può interferire con questi processi di maturazione. Il rischio è quello di sottoporre il cervello a continui rinforzi disfunzionali che influenzano il comportamento e la capacità di gestione delle emozioni. In altre parole, si può favorire uno sviluppo non equilibrato delle funzioni cognitive ed esecutive.
Il tema della dipendenza è tra i più discussi. Cosa accade a livello neuropsicologico?
Le dinamiche sono molto simili a quelle osservate nelle dipendenze tradizionali. Quando una persona utilizza in modo compulsivo social o smartphone, il cervello rilascia dopamina nel circuito della ricompensa attraverso l’Area Tegmentale Ventrale. Con il tempo, il sistema si abitua a questi stimoli e sviluppa una sorta di memoria associativa che spinge a ricercare continuamente quella gratificazione. È il meccanismo che sta alla base del craving, cioè del desiderio incontrollabile di ripetere il comportamento.
Esistono analogie con altre forme di dipendenza?
Sì. Numerosi studi mostrano che le aree cerebrali coinvolte sono sostanzialmente le stesse osservate nelle dipendenze da sostanze psicoattive o dall’alcol. Cambia l’oggetto della dipendenza, ma i meccanismi neurobiologici che alimentano il bisogno compulsivo risultano sorprendentemente simili.
Alla luce di queste evidenze, ritiene corrette le iniziative dei governi?
Assolutamente sì. Limitare l’accesso ai social e ad alcune piattaforme digitali fino ai 16 anni rappresenta una misura di tutela nei confronti dei più giovani. Parliamo di strumenti che possono generare livelli elevati di dipendenza e che, nei casi più gravi, possono favorire problematiche comportamentali, difficoltà relazionali, aggressività precoce e forme ossessive di attaccamento all’oggetto digitale.
C’è anche un impatto sul piano sociale?
Certamente. La cronaca racconta sempre più spesso episodi di bullismo, violenza, pestaggi e aggressioni in cui lo smartphone diventa uno strumento centrale per filmare, condividere e amplificare i comportamenti devianti. Famiglie e insegnanti si trovano frequentemente ad affrontare situazioni che emergono soltanto dopo che il danno è stato ormai compiuto. Per questo la prevenzione, l’educazione digitale e regole più rigorose rappresentano oggi una necessità concreta per la tutela dei minori.
Intervista a Carlo Varchi, psicologo, psicoterapeuta specializzato in neuropsicologia clinica ed esperto in cyber security.
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