Omicidio Minguzzi, giudici assise: "Sequestrato e ucciso da Tasca e Del Dotto per soldi"
Nelle motivazioni di appello, i giudici descrivono il gelese Tasca e Del Dotto come carabinieri fortemente indebitati, soprattutto a causa del gioco d'azzardo
Bologna. Un omicidio, quello di trentanove anni fa che costò la vita al giovane Pier Paolo Minguzzi, commesso “per ragioni economiche”. I due ex carabinieri condannati all'ergastolo, il gelese Orazio Tasca e Angelo De Dotto, secondo i giudici della Corte d'assise d'appello di Bologna, che lo scorso anno hanno pronunciato la decisione, pianificarono il sequestro e poi uccisero Minguzzi, nonostante avessero provato a chiedere un riscatto alla famiglia. In primo grado, furono assolti, dalla Corte d'assise di Ravenna. In appello, è arrivata la pronuncia di condanna, con il carcere a vita. “Tradirono i valori rappresentati dalla divisa”, scrivono i magistrati bolognesi, nelle motivazioni appena depositate. Minguzzi, poco più che ventenne, era all'epoca uno studente universitario e militare di leva. Aveva scelto i carabinieri. Tasca e Del Dotto, in servizio nella zona di Alfonsine, in provincia di Ravenna, dove vive la famiglia della vittima, puntavano ai soldi, sapendo che i genitori del giovane portavano avanti un'azienda ortofrutticola. Minguzzi fu ucciso subito dopo il sequestro. Il corpo venne gettato nelle acque del Po di Volano e riemerse giorni dopo. I giudici di primo grado, nell'assolvere i due ex carabinieri (venne assolto anche un terzo imputato Alfredo Tarroni e la decisione è stata confermata in appello) non esclusero una possibile pista mafiosa, forse con il coinvolgimento di pregiudicati che risiedevano in zona. Una ricostruzione che in appello non ha trovato alcun riscontro. Gli imputati hanno sempre negato un coinvolgimento. Il corpo di Minguzzi venne riesumato, durante le indagini, riprese dopo tante insistenze della famiglia, che fin dall'inizio ha chiesto giustizia per quanto accaduto. Nelle motivazioni di appello, i giudici descrivono Tasca e Del Dotto come carabinieri fortemente indebitati, soprattutto a causa del gioco d'azzardo. Gli alibi forniti non hanno retto, così viene riportato. Gli stessi imputati vennero condannati per un fatto analogo, un altro sequestro, successivo a quello di Minguzzi. Ci fu, in quella vicenda, la morte di un carabiniere, durante un conflitto a fuoco. Gli inquirenti individuarono in Tasca il telefonista, che contattò la famiglia Minguzzi, richiedendo il riscatto. Sono state diverse le perizie sulle captazioni. Con le motivazioni depositate, le difese degli imputati, probabilmente, si rivolgeranno alla Corte di Cassazione. La famiglia Minguzzi è parte civile.
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