Ombre sulle indagini per i morti cloro-soda, il caso Mili: "Riaprire l'inchiesta e fare chiarezza"

Uno dei figli del lavoratore, Orazio Mili, ha già scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per metterlo a conoscenza dell'intera vicenda

18 agosto 2026 19:00
Ombre sulle indagini per i morti cloro-soda, il caso Mili: "Riaprire l'inchiesta e fare chiarezza" - L'operaio Salvatore Mili
L'operaio Salvatore Mili
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Gela. “Riaprire le indagini sull'impianto cloro-soda e sulla morte di Salvatore Mili”. Sono i familiari del lavoratore, deceduto dodici anni fa per le conseguenze di un adenocarcinoma mucinoso del colon, a lanciare un appello alle istituzioni e alla magistratura. Una scelta che arriva sulla scorta di quanto accertato, in primo grado, dal gup del tribunale di Catania, che ha condannato a due anni e otto mesi, per “corruzione in atti giudiziari”, l'ex procuratore capo gelese Lucia Lotti, rinviando a giudizio uno degli allora legali di Eni, l'avvocato Piero Amara. Stando alle contestazioni, il procuratore Lotti avrebbe avuto un accordo con Amara, garantendogli la nomina di consulenti tecnici di favore nelle indagini su Eni della procura gelese in cambio di un'intercessione in suo favore per arrivare proprio al vertice della procura locale. Uno dei figli del lavoratore, Orazio Mili, ha già scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per metterlo a conoscenza dell'intera vicenda. Per il decesso dell'operaio, che per oltre vent'anni lavorò in raffineria e soprattutto nell'impianto cloro-soda, partì un'indagine che condusse a giudizio gli allora manager e tecnici di Eni, tutti assolti, in primo grado, quando il gup del tribunale di Gela dispose il “non luogo a procedere”. Il verdetto fu di fatto confermato dalla Corte d'appello di Caltanissetta che non accolse il ricorso della procura gelese e delle parti civili, dichiarandolo inammissibile, per ragioni tecniche. La famiglia Mili ha sempre sostenuto un legame diretto tra le patologie che nel tempo colpirono diversi operai dell'impianto cloro-soda e le attività che venivano svolte, a diretto contatto con sostanze considerate pericolose, a partire dall'amianto. Nesso di causalità invece escluso in sede giudiziaria. Le ombre che la sentenza del giudice etneo ha fatto cadere sulle indagini che la procura gelese, guidata dal procuratore capo Lotti, condusse sul ciclo industriale, per i familiari di Mili possono essere la base di una riapertura del caso dell'operaio e di altri analoghi. "Abbiamo sempre avuto piena fiducia nella magistratura e continuiamo ad averla - dice Orazio Mili - però, quanto emerso nell'indagine su Lotti e Amara pone tanti dubbi. Riteniamo ci siano le condizioni per riaprire il caso cloro-soda. La cosa ancora più grave è che per mio padre non è stata neanche riconosciuta la malattia professionale, ampiamente indicata nelle tabelle ufficiali e riconosciuta in tante altre Regioni italiane, per il nesso tra amianto e patologia tumorale".

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