Il diritto all’identità negato nel Mediterraneo, Vella al Parlamento Europeo: "Serve una banca dati comune”
“Non sappiamo quanti sono i morti”: il procuratore Salvatore Vella denuncia il diritto all’identità negato ai migranti dispersi in mare
Bruxelles. Non è solo una crisi umanitaria. È un buco nero di identità. Nel Mediterraneo si muore senza nome. Senza un riconoscimento. Senza un ritorno. E spesso senza nemmeno entrare in una statistica reale.
“Non sappiamo quanti siano i morti. Noi non contiamo i morti, contiamo i cadaveri”.
Il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, usa parole nette, senza attenuanti. Parole pronunciate al Parlamento Europeo, davanti a centinaia di studenti che chiedono il diritto all’identità per i migranti.
Un diritto che, nei fatti, si perde in mare. “Contiamo soltanto i cadaveri recuperati”, ribadisce. E il resto? Disperso. Invisibile.
Il dato ufficiale spesso non coincide con la realtà. “Nel 2016 mi sono occupato di un naufragio: furono salvate circa 200 persone e recuperati 5 corpi. Quel naufragio, ancora oggi, conta 5 morti. Ma dentro il barcone c’erano 288 persone”.
Gli altri non esistono. Non nei registri. Non nei numeri. E quando il mare restituisce i corpi, il tempo ha già cancellato quasi tutto.
“A Lampedusa si recuperano cadaveri quasi ogni giorno”, spiega Vella. “Cadaveri che spesso è impossibile collegare a un singolo evento”. Possono riemergere settimane dopo, senza riferimenti, senza coordinate.
Il mare, aggiunge, “è terribile, saponifica”. Corrode, trasforma, rende irriconoscibili. “A volte non si riesce a capire se sono maschi o femmine”.
In queste condizioni, anche il Dna diventa un’operazione estrema. “Se si vuole fare, si devono tagliare i corpi”. Ma spesso non è possibile. Mancano strutture, strumenti, spazi adeguati.
A Lampedusa, snodo centrale degli sbarchi, la realtà è questa: “Non c’è un obitorio, non ci sono celle frigorifere, non c’è un tavolo dove fare le autopsie”.
E allora l’identificazione resta un’eccezione. “Vengono fotografati i volti, i tatuaggi, i vestiti, quando ci sono. Perché il mare li spoglia quasi subito”. Il Dna si preleva “pochissime volte”, solo quando esiste la possibilità concreta che una famiglia si faccia avanti.
Ma anche in quel caso emerge un altro vuoto: “Non esiste una banca dati dove inserire questi dati”.
Il risultato è un sistema frammentato. Informazioni disperse. Identità che non si ricompongono. Eppure, ogni tanto, qualcosa si muove.
“Nell’ottobre 2019 ci fu un naufragio di un’imbarcazione partita da Sfax. Furono salvate 22 persone e recuperate 13 ragazze tra i 16 e i 17 anni”. La barca venne ritrovata a 80 metri di profondità. Alcune madri riconoscono i vestiti.
“È successo qualcosa di incredibile”, racconta Vella. “Organizzazioni civili tunisine hanno attivato il governo, sono stati prelevati i Dna delle madri, abbiamo fatto il match”.
Quattro donne arrivano in Italia. Cercano i figli. Vogliono un nome, una conferma. “Ma avevamo solo due corpi da restituire. Gli altri, il mare li aveva portati via”.
È qui che il diritto all’identità si infrange definitivamente. “Sarebbe necessaria una banca dati comune”, insiste il procuratore. “Dovrebbe essere gestita da un’agenzia pubblica, non da polizia o magistratura”.
Perché il punto, conclude, è anche culturale: “Dobbiamo uscire dal concetto che l’immigrazione è criminalità”. Intanto, però, il Mediterraneo continua a restituire corpi. E a negare nomi.
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