"È ancora inserito nel clan, non si è dissociato", confermato 41 bis a Rinzivillo

La Cassazione, nelle motivazioni pubblicate, ha confermato che Rinzivillo non si sarebbe mai dissociato dal gruppo criminale di appartenenza

21 giugno 2026 17:30
"È ancora inserito nel clan, non si è dissociato", confermato 41 bis a Rinzivillo  - Antonio Rinzivillo
Antonio Rinzivillo
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Gela. Per i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma è ancora pericoloso e inserito nel contesto criminale del clan di riferimento. La Corte di Cassazione, a sua volta, non ha accolto il ricorso presentato nell'interesse del sessantanovenne Antonio Rinzivillo, boss dell'omonimia famiglia di Cosa nostra. Viene confermato, nei suoi riguardi, il regime del carcere duro. La Cassazione non ha ritenuto ammissibile il ricorso che Rinzivillo, per il tramite della difesa, ha proposto dopo che il tribunale di sorveglianza, lo scorso anno, aveva respinto il reclamo finalizzato a interrompere la detenzione dettata dal 41 bis. Rinzivillo è detenuto ininterrottamente da anni, sempre con le restrizioni imposte dalla sua caratura criminale. È già stato condannato più volte, anche per fatti di sangue. Per la difesa, sulla base del ricorso, il tribunale di sorveglianza si sarebbe limitato a riproporre motivi "stereotipati", non attinenti alla condizione attuale del sessantanovenne, che insieme ai fratelli fu alla testa dell'omonimo gruppo di mafia. La Cassazione, nelle motivazioni pubblicate, ha confermato che Rinzivillo non si sarebbe mai dissociato dal gruppo criminale di appartenenza e anzi avrebbe tenuto contatti, durante colloqui in carcere captati dagli investigatori, con uno dei fratelli, Salvatore Rinzivillo, in quella fase ancora in libertà e che gli avrebbe riferito, nei dialoghi intercettati, della situazione della famiglia di mafia. Vicende che poi finirono negli atti della maxi inchiesta antimafia "Extra fines-Druso". "Correttamente non si è
attribuito rilievo all’elemento, immotivatamente enfatizzato nel ricorso, del trasferimento della famiglia all’estero e dell’asserita dissociazione che, avvenuta nel lontano 1989, è rimasta mera affermazione labiale e, anzi, contraddetta dalle conversazioni, captate dal 2016 in poi, in occasione dei già cennati colloqui in carcere con il fratello Salvatore", scrivono i giudici di Cassazione. I magistrati romani non hanno accolto la richiesta, avanzata nel ricorso, finalizzata a porre la questione di legittimità costituzionale circa il regime detentivo del 41 bis. Per il difensore di Rinzivillo, sarebbe volata la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, "in punto di mancata valorizzazione della funzione rieducativa della pena e del diritto alla speranza del condannato, che impone
all’autorità giudiziaria di valorizzare ogni elemento idoneo comprovante l’evoluzione personale e il percorso trattamentale positivo". I giudici di Cassazione, però, scrivono che "la tenuta costituzionale della disposizione in parola è già stata verificata da precedenti pronunce di questa corte di legittimità che, sebbene originate da questioni inerenti a differenti aspetti, hanno espresso principi generali certamente trasponibili al caso in esame".

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