"Colpito ingiustamente, mai chiesto favori a nessuno", Turco: "Finito in un tritacarne"

L'indagine che lo coinvolse fu di fatto l'ultimo capitolo dell'azienda. Le conseguenze furono pesanti

31 gennaio 2026 17:27
"Colpito ingiustamente, mai chiesto favori a nessuno", Turco: "Finito in un tritacarne" - Carmelo Turco
Carmelo Turco
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Gela. “L'amarezza? Me la porterò dietro per tutta la vita, fino a quando morirò. Sono stato colpito ingiustamente”. L'imprenditore Carmelo Turco, per anni alla guida dell'importante azienda di famiglia che ha operato nell'indotto Eni, in città e in altri siti italiani, ha affrontato un lungo dibattimento processuale, davanti ai giudici del collegio penale di Caltanissetta. Le contestazioni a suo carico, nell'ambito di quello che è stato ribattezzato “processo Montante”, sono state dichiarate prescritte. “Insieme al mio avvocato – dice – valuteremo le motivazioni e penso che proporremo appello. Io non c'entro nulla con quelle accuse. Se mi aspettavo un'assoluzione nel merito? No, ma ci speravo. Già in fase di indagine, presentammo duemila pagine di atti e documentazione che smontavano tutto. Lo stesso abbiamo fatto in udienza preliminare ma venni rinviato a giudizio, insieme agli altri, nell'arco di pochi minuti. Da lì iniziò la discesa agli inferi”. Per gli inquirenti, Turco e altri coinvolti nell'inchiesta avrebbero fatto parte di un presunto “sistema”, fatto di favori, fondi neri e corruzione. Gli veniva addebitata una consistente dazione di denaro in nero, in favore dell'ex presidente della Regione Rosario Crocetta, che a sua volta è andato incontro alla prescrizione. “Cosa avrei dovuto farmene dei favori? - continua – la mia azienda era una delle storiche imprese dell'indotto Eni. I dirigenti nazionali di Eni lo hanno confermato nel corso del processo. La mia famiglia non ha mai chiesto favori a nessuno. Nel 2001 ci fu una crisi ma mi impegnai per risolverla da solo. Non avevo alcun motivo di chiedere presunti favori a qualcuno”. L'indagine che lo coinvolse fu di fatto l'ultimo capitolo dell'azienda. Le conseguenze furono pesanti. “Eni revocò tutti gli appalti, giustamente tutelando la propria posizione di multinazionale – precisa Turco – le banche iniziarono a chiudere i conti. Si innescò un circuito infernale. Ho cercato in tutti i modi di salvare l'azienda, anche con un concordato preventivo che però non venne omologato. Annualmente, impiegavamo tra i duecento e i trecento dipendenti. Mio nonno e mio padre facevano questo lavoro e io ho continuato. Però, nel 2022 l'azienda è andata fallita”. Turco è ancor più convinto di essere finito “in un tritacarne”. “Doveva essere scoperchiato un sistema – aggiunge – per quanto riguarda la mia posizione, è stato scoperchiato il nulla”. Ritorna sulla genesi dell'inchiesta e sugli sviluppi. “Tutto iniziò con le dichiarazioni rese da Venturi e Cicero, che erano indagati – sottolinea – poi, arrivarono gli avvisi di garanzia per me e per tanti altri. A un certo punto, le posizioni di Venturi e Cicero vennero archiviate. Mi pare abbastanza chiaro che qualcosa sia avvenuta”. Non dimentica il ruolo dell'ex presidente confindustriale Antonello Montante, perno dell'inchiesta condotta dagli inquirenti. “Io ricordo che nel 2005, nel corso di un direttivo di Confindustria – conclude – si presentò una persona, con la scorta. Era il procuratore generale di Caltanissetta Barcellona. Ci disse che per guardare a un modello di legalità e avviare una fase diversa, sul territorio provinciale, bisognava prendere esempio da un imprenditore che non aveva appalti pubblici e che incarnava valori di legalità. Quell'imprenditore era Antonello Montante. Poi, tutto cambiò nella valutazione dei magistrati. Cosa avrebbe dovuto fare un imprenditore per lavorare onestamente?”.

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