"Ci sono condizioni per liberazione Billizzi", Cassazione accoglie ricorso del collaboratore di giustizia

Nella nuova decisione, i giudici di Cassazione aprono chiaramente ai presupposti per la liberazione condizionale del cinquantunenne

20 giugno 2026 16:00
"Ci sono condizioni per liberazione Billizzi", Cassazione accoglie ricorso del collaboratore di giustizia  - Il collaboratore Carmelo Massimo Billizzi
Il collaboratore Carmelo Massimo Billizzi
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Gela. Il suo fine pena è fissato a luglio 2033, per un cumulo di condanne che arriva a ventisei anni. Per la Corte di Cassazione, però, ci sono tutte le condizioni da valutare al fine di concedere la libertà condizionale a Carmelo Massimo Billizzi, già ai vertici del gruppo di mafia degli Emmanuello, e collaboratore di giustizia che ha permesso agli investigatori, con le sue dichiarazioni, di ricostruire nel tempo un ampio spaccato di fatti e strutture organizzative dei clan locali. Proprio i giudici di Cassazione hanno accolto il ricorso proposto dal difensore di Billizzi, l'avvocato Vania Giamporcaro, disponendo l'annullamento con rinvio dell'ordinanza, emessa dal tribunale di sorveglianza di Roma, che ha negato il sì alla libertà condizionale nonostante una precedente pronuncia favorevole dei giudici romani. Billizzi sta scontando la pena a ventisei anni sottoposto agli arresti domiciliari in una località protetta. La procura nazionale antimafia aveva dato un parere favorevole per la libertà del collaboratore. La procura generale ha invece chiesto di respingere il ricorso dell'ex vertice di cosa nostra, che si autoaccusò anche di fatti di sangue, legati alla guerra tra clan e all'azione della sua famiglia di mafia. Secondo la Cassazione, che ha pubblicato le motivazioni, Billizzi "ha reso un contributo collaborativo di notevolissimo rilievo, rendendo dichiarazioni che hanno condotto all’affermazione di responsabilità di molte persone in vari procedimenti (tra cui l’operazione “Tetragona” e l’operazione “Redde rationem”). Inoltre, successivamente all’ammissione della detenzione domiciliare, nel 2015, e dunque per ben nove anni, egli ha tenuto una condotta sempre regolare, rispettando costantemente le prescrizioni impartitegli". Il tribunale di sorveglianza, invece, ha considerato che "non vi fossero elementi sufficienti per ritenere maturato un suo sicuro ravvedimento, attesa la limitata azione riparatoria intrapresa a favore della collettività, avendo la difesa prodotto quattordici copie di versamenti a un’associazione senza scopo di lucro in favore delle vittime della mafia, la documentazione relativa a un’adozione a distanza e ad attività a favore di una parrocchia; avendo la procura nazionale antimafia, nel parere del 3 ottobre 2024,
ritenuto solo "sufficiente" quanto dedotto a sostegno della domanda; non avendo egli intrapreso un percorso di reinserimento socio-lavorativo, come comunicato dal Servizio centrale di protezione, nonostante che egli fosse in detenzione domiciliare da oltre nove anni". La difesa, nel ricorso bis in Cassazione, ha rimarcato invece come Billizzi abbia intrapreso non solo un percorso di collaborazione con la giustizia ma di maturazione interiore e di vita, prestando attività di volontariato in una parrocchia e cercando di contribuire, con le poche disponibilità economiche, all'attività dell'associazione contro le mafie "Libera". Nella nuova decisione, i giudici di Cassazione aprono chiaramente ai presupposti per la liberazione condizionale del cinquantunenne. Non considerano decisivo il fatto che non abbia lavorato durante il periodo di arresti domiciliari. "Debitamente interpellato, Billizzi ha sottolineato la propria condizione di impossibilità, legata ai rischi per la propria incolumità che deriverebbero dallo svolgere l’attività lavorativa in assenza di nuove generalità che gli consentano di non essere individuato dai sodali di un tempo", si legge nelle motivazioni. I versamenti che il collaboratore ha fatto, per supportare economicamente "Libera", secondo la Cassazione sono comunque un segnale, in assenza di altri introiti se non quello della sola indennità concessagli dallo Stato. La Cassazione ha così stabilito che il tribunale di sorveglianza di Roma dovrà ritornare sulla richiesta di libertà condizionale dato che la precedente decisione presenta "aporie - unitamente alla mancanza di un’adeguata
motivazione in ordine alle ragioni per le quali gli evidenziati elementi positivi non
sono stati ritenuti sufficienti a esprimere un significativo percorso di revisione
critica dei trascorsi del condannato".

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