Abusi, silenzi e potere: definitiva la condanna dell’ex sacerdote Rugolo
La Cassazione conferma la condanna a Rugolo. Restano aperti i fronti sui presunti silenzi nella diocesi di Piazza Armerina.
Enna. Ci sono processi che superano il confine delle aule giudiziarie e diventano il simbolo di uno scontro più profondo: quello tra i silenzi del potere e il coraggio di chi trova la forza di denunciare. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione sul caso di Giuseppe Rugolo appartiene a questa categoria.
Ieri, la terza sezione penale ha confermato la condanna a tre anni di carcere per l’ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, accusato di violenza sessuale su minori. Una decisione che chiude il principale capitolo giudiziario di una vicenda esplosa in Diocesi e destinata a lasciare un segno pesante dentro la Chiesa locale.
La sentenza della Suprema Corte ha reso irrevocabile quella emessa dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, che aveva confermato la responsabilità dell’ex sacerdote per episodi maturati nell’ambiente parrocchiale frequentato da adolescenti e giovani. Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, i giudici avevano parlato di un “approccio invadente e predatorio”, fondato anche su dinamiche di manipolazione psicologica nei confronti delle vittime.
Un linguaggio netto, che descrive una relazione squilibrata costruita — secondo l’impianto accusatorio accolto dai giudici — sfruttando autorevolezza religiosa, fiducia e fragilità emotive.
Per anni, però, il racconto di chi denunciava è rimasto quasi isolato. In una provincia dove il peso della Chiesa continua a rappresentare un elemento centrale della vita sociale, rompere il silenzio ha significato esporsi a pressioni, sospetti e delegittimazioni.
Al centro di questa storia c’è Antonio Messina, il giovane che per primo denunciò gli abusi attribuiti a Rugolo. Ieri, a Roma, c’era anche lui insieme ai genitori nel giorno della decisione definitiva della Cassazione. La sua denuncia segnò l’inizio di un’inchiesta che avrebbe poi travolto la diocesi di Piazza Armerina e aperto uno dei casi più delicati degli ultimi anni nel panorama ecclesiastico siciliano.
“Finalmente è arrivata una condanna definitiva”, ha dichiarato Antonio dopo la sentenza. “È stato un percorso lunghissimo, attraversato da sofferenze enormi e da momenti molto difficili anche per la mia famiglia”.
Parole che raccontano il peso umano di una battaglia giudiziaria durata anni. Una battaglia combattuta non soltanto nei tribunali, ma anche sul piano sociale e mediatico. Durante il processo, la linea difensiva aveva suscitato polemiche per alcuni tentativi di ridimensionare i fatti contestati, descritti persino come semplici “battute tra uomini” o comportamenti ritenuti “goliardici”. Una strategia che aveva provocato indignazione tra associazioni e opinione pubblica.
Accanto ad Antonio Messina, in questi anni, è rimasta la sua famiglia, diventata un punto di resistenza contro isolamento e pressione ambientale. Fondamentale anche il lavoro della legale Eleanna Parasiliti Molica, che ha seguito il caso affrontando un procedimento complesso e ad altissima esposizione mediatica.
Ma la sentenza definitiva contro Rugolo non chiude completamente la vicenda. Rimane infatti aperto il procedimento parallelo che coinvolge il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana, e il vicario giudiziale Vincenzo Murgano. Entrambi sono imputati davanti al tribunale di Enna con l’accusa di falsa testimonianza resa proprio nell’ambito del processo a carico dell’ex sacerdote.
L’udienza prevista nelle scorse ore è stata rinviata all’8 ottobre. Un filone che continua ad alimentare interrogativi sui presunti silenzi e sulle eventuali coperture interne alla diocesi durante gli anni in cui il caso emergeva pubblicamente.
Nelle sue dichiarazioni dopo la sentenza, Antonio Messina ha rivolto anche un appello diretto alla Chiesa: “Mi auguro che adesso venga presa una posizione chiara e netta, senza ambiguità. Le vittime hanno bisogno di sentirsi ascoltate”. Poi il riferimento a Papa Leone: “Spero che la Chiesa possa finalmente stare accanto a chi denuncia”.
La conferma della condanna da parte della Cassazione rappresenta oggi un passaggio definitivo nella lunga battaglia giudiziaria delle vittime e segna uno dei pronunciamenti più rilevanti degli ultimi anni sui casi di abusi all’interno della Chiesa siciliana.
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