Sono ancora pericolosi, "nutrono astio verso magistrati": Cassazione stoppa colloquio tra fratelli Emmanuello
Si richiama una "persistente operatività dell’associazione mafiosa sul territorio gelese, il forte astio nei confronti della condizione detentiva e dei magistrati manifestato dai fratelli Emmanuello in occasione di pregresse interlocuzioni telefoniche"
Gela. Sono ancora pericolosi nonostante una lunga sottoposizione al regime detentivo del 41 bis. Per questa ragione, secondo i giudici della Corte di Cassazione, il tribunale di sorveglianza di Torino dovrà rivedere la decisione che non accolse il reclamo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, autorizzando un colloquio video tra i fratelli Alessandro Emmanuello e Nunzio Emmanuello, considerati al vertice dell'omonima famiglia di mafia di Cosa nostra ma detenuti in regime di carcere duro ormai da un lungo lasso di tempo. Il ministero della giustizia, con l'avvocatura dello Stato, si è rivolto ai magistrati di Cassazione, impugnando la decisione del tribunale di sorveglianza di Torino, che di fatto confermava la pronuncia del magistrato di sorveglianza di Novara. Proprio a quest'ultimo si era rivolto Alessandro Emmanuello, con reclamo, per ottenere l'autorizzazione a un colloquio video con il fratello Nunzio, a sua volta detenuto al 41 bis ma in una struttura detentiva diversa. Secondo la Cassazione, però, il tribunale di sorveglianza non ha tenuto in giusto conto il parere contrario giunto dalla Dda di Caltanissetta. I giudici della sorveglianza hanno ritenuto che un colloquio video, comunque sorvegliato e sottoposto a restrizioni, sarebbe stato possibile. I due fratelli, condannati anche per fatti di sangue, non effettuavano colloqui telefonici e visivi da circa ventisei anni. Per i giudici romani, “il tribunale di sorveglianza ha obliterato, con motivazione apodittica, le situazioni di pericolosità attuali e concrete prospettate dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, ricondotte dall’autorità inquirente alla posizione apicale di Alessandro Emmanuello e del fratello Nunzio all’interno del clan omonimo e alla persistente operatività dell’associazione mafiosa sul territorio gelese, al forte astio nei confronti della condizione detentiva e dei magistrati manifestato dai fratelli Emmanuello in occasione di pregresse interlocuzioni telefoniche, all’intervenuto arresto di un soggetto tradizionalmente vicino al clan per il delitto di omicidio, eseguito sulla scorta di mandato veicolato in occasione un colloquio in carcere”, così si legge nelle motivazioni pubblicate dalla Cassazione. Secondo i giudici capitolini, che hanno disposto l'annullamento con rinvio, il tribunale di sorveglianza, “ha omesso altresì di tenere in adeguato conto i colloqui già autorizzati tra Alessandro Emanuello e il fratello Davide, anch’egli ristretto al regime di cui all’art. 41-bis in quanto appartenente al sodalizio omonimo, ed il conseguente rischio che l’ulteriore autorizzazione incrementi le occasioni di comunicazione tra esponenti della medesima organizzazione mafiosa”, così riporta la motivazione. Sarebbe mancato “un effettivo e motivato bilanciamento tra il diritto del detenuto all’affettività e al mantenimento dei rapporti familiari e le esigenze di sicurezza, in costanza della sottoposizione dell’Emmanuello a un regime penitenziario specificamente rivolto a impedire contatti tra appartenenti alla medesima organizzazione criminale”.
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