Trent'anni in carcere per il sangue della faida, "Di Giacomo è cambiato": torna libero
A contare, soprattutto, in assenza di una collaborazione con la giustizia - Di Giacomo non è mai stato collaboratore - è il suo percorso di cambiamento morale e di vita
Gela. In carcere, dopo una condanna all'ergastolo per i fatti di sangue della guerra di mafia, coinvolto anche nell'organizzazione di quella che fu la strage del 1990, ci ha passato trentaquattro anni. Oggi, Paolo Di Giacomo, già appartenente al gruppo stiddaro, a sessantasette anni lascia la reclusione, nonostante il suo ergastolo ostativo prevedesse il "fine pena mai". I giudici del tribunale di sorveglianza di Napoli hanno accolto il ricorso della difesa, sostenuta dall'avvocato Giulio Bennici, per la concessione della libertà condizionale. Dopo un primo no dei magistrati partenopei, la Cassazione accolse l'impugnazione della difesa, rinviando nuovamente ai giudici napoletani. Questa volta, anche sulla base del pronunciamento di Cassazione, la decisione è stata favorevole. A contare, soprattutto, in assenza di una collaborazione con la giustizia - Di Giacomo non è mai stato collaboratore - è il suo percorso di cambiamento morale e pratico. I primi quattordici anni di reclusione li trascorse sotto regime di carcere duro, con il 41 bis. Nel 2016, un primo spiraglio arrivò con il riconoscimento della semilibertà che per dieci anni gli ha permesso di prestare attività di volontariato in un'associazione napoletana che si occupa di minori. La sua condotta è stata giudicata "encomiabile" dal sacerdote che porta avanti la struttura e nella quale Di Giacomo si occupava di svariate attività, dalle semplici manutenzioni al supporto pratico ai minori in un centro diurno. Mai nessun ammonimento ma una dedizione totale al lavoro, che è stata analizzata favorevolmente dai magistrati, nonostante l'assenza di risarcimenti economici alle vittime. Per i magistrati, già da tempo, un'eventuale sua collaborazione era da ritenersi "inesigibile", visto il tempo trascorso e il suo completo allontanamento dagli ambienti criminali gelesi. La difesa ha più volte insistito sul fatto che la scelta di mutare il proprio destino, mettendosi a disposizione dei giovani e di chi ha più bisogno, è da considerarsi una forma di risarcimento, almeno morale. Di Giacomo, a seguito della decisione del tribunale di sorveglianza, lascia il carcere di Secondigliano, dove era detenuto, seppur in semilibertà. Lavorerà a Gela: ha trovato la disponibilità di un'azienda. Un ritorno in città dopo decenni di lontananza e con la sua vita che è cambiata dal profondo. La sua vicenda è tra le pochissime che hanno condotto un ergastolano ostativo a ottenere la libertà condizionale, lasciando la detenzione carceraria.
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