"Trappole e parole", la poesia dedicata a Gela da chi la ama... malgrado tutto

Gela. La città di Gela vive anni difficili, sempre alla ricerca di una identità. La crisi politica coincide con un momento culturale e sociale negativo. Pur spiccando alcune individualità come il pitt...

A cura di Redazione Redazione
10 giugno 2018 12:10
"Trappole e parole", la poesia dedicata a Gela da chi la ama... malgrado tutto - Fabio Strinati, poeta, scrittore
Fabio Strinati, poeta, scrittore
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Gela. La città di Gela vive anni difficili, sempre alla ricerca di una identità. La crisi politica coincide con un momento culturale e sociale negativo. Pur spiccando alcune individualità come il pittore Giovanni Iudice, il decadimento è verticale.

Eppure succede che un artista non gelese decida di dedicare un testo poetico proprio a Gela. Lo ha fatto Fabio Strinati, poeta, scrittore, pianista e compositore. Ha pubblicato diversi libri e alcuni sono stati tradotti anche in altre lingue: spagnolo e romeno. Strinati si occupa di arti visive, poesia e musica visiva. Ha scritto alla nostra redazione perché ha voluto dedicare a Gela breve testo poetico inedito, una città a lui molto cara ed importante, sia sotto l’aspetto artistico che affettivo.

E noi lo facciamo volentieri

TRAPPOLE E PAROLE

Vivere come mira nel buco

di una tazza da ingollare.

Avidamente vivere

come l’acciarino secco

e del mare, incrostato suono adula

dietro a quel monte

una cartolina nel vuoto

che di storia s’ingromma!

E quel sonnifero che schernisce i sensi,

che intorpidisce l’anima

quando vita si defila

col becco da santarellino. O quando i gelsi,

cadono sul marciapiede

e ad uno ad uno, lesti si sparpagliano…

e lentamente…

*

E l’aver imparato ad ascoltare i suoni

quando nell’orecchio si strofinano:

suoni modellati o insulti appesi ai ganci,

fino a farli sanguinare!

E l’aver capito come rovesciare

un’anima da imbarcazione,

che si dimena nella rissa delle onde,

come grappoli gonfiati di pesci

sull’orlo d’un ragno e la sua rete,

è pensiero sanguinante che sul ventre

s’aggroviglia, …e che cadenzata scende.

*

Vocabolario nel suo mucchio

fertile e selvaggio,

di parole al mercurocromo

e in dono, i sospiri

d’un pensiero che resiste persino

in uno scafo. Organi di lettere,

strati in metallo oltre i bassifondi

in stanze pregne di pene,

affollate da fischi che oltrepassano

selvagge porte seccate dal tempo

sull’uscio e una scure di mistero.

*

E quel pensiero così tascabile…

un poco sottile e bruno,

che s’è insinuato

sgusciando, sott’acqua pitture

d’anguilla e mirabilia

di sculture come luce di scogli

e un pomo di sole.

E quella fontana di parole,

che fluide scorrono sciando

per vicoli attrezzati e blandi,

giorni di pioggia

e quel bagnato ingresso,

aperto da imprevisto

e da una boccetta di lago

nel mio purpureo, regresso

manto di albero nudo vessato

dal ficchino vento.

FABIO STRINATI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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