Morì per recuperare il cane caduto in un pozzo, familiari si oppongono ad archiviazione
Per i familiari, il procedimento deve andare avanti, certi che quell'area non fosse stata messa in sicurezza
Niscemi. Per la procura, non ci sono le condizioni per avanzare una richiesta di giudizio o comunque per andare avanti nell'ipotesi iniziale di omicidio colposo. La vicenda è quella del trentenne Salvatore Leonardi, che due anni fa morì in contrada Ulmo, a Niscemi, nel tentativo di salvare il proprio cane finito in un pozzo, assai profondo, in un'area rurale. Il trentenne, che era in compagnia di un amico, si calò usando un tubo per l'irrigazione. Era convinto di poter recuperare il cane ma non riuscì a risalire, anche a causa della temperatura dell'acqua molto bassa. Morì per annegamento. I soccorsi arrivarono ma per il giovane era ormai troppo tardi. Inizialmente, gli inquirenti avanzarono l'ipotesi di omicidio colposo, individuando sia i proprietari dell'area rurale sia alcuni soccorritori, compreso uno dei responsabili del vigili del fuoco di Gela, che arrivarono sul posto. Non si escluse, infatti, che la catena dei soccorsi potesse aver avuto ritardi eccesivi. Alla richiesta di archiviazione della procura si sono opposti i familiari di Leonardi, assistiti dagli avvocati Claudio Bellanti e Giuseppe D'Aleo. Le difese degli indagati, invece, con i legali Andrea Lautorisi, Antonio Impellizzeri e Vincenzo Giannone, hanno ribadito l'assenza di elementi per collegare il decesso a possibili responsabilità dei loro assistiti. Per i familiari, il procedimento deve andare avanti, certi che quell'area non fosse stata messa in sicurezza e che il giovane, con soccorsi celeri, avrebbe potuto evitare la morte. Il gip del tribunale di Gela, Serena Berenato, si è riservata di decidere.
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