Il predatore in tonaca, dentro il sistema “Rugolo”

Non un "prete affettuoso"ma un predatore: Rugolo usava la fede per adescare e abusare di minori nel silenzio della Chiesa.

13 gennaio 2026 11:22
Il predatore in tonaca, dentro il sistema “Rugolo” -
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Caltanissetta. «Se Antonio entra in seminario, se lo fanno tutti».

Una frase agghiacciante. Scritta in una chat con un altro sacerdote. Non una battuta, ma la prova di un metodo. Rugolo parla di un ragazzo fragile, Antonio Messina, ai tempi dei fatti minorenne, e confessa di starci “lavorando”. Lavorando come si lavora una preda, secondo uno schema di adescamento preciso e reiterato.

La Corte d’Appello di Caltanissetta conferma integralmente quanto già stabilito dal Tribunale di Enna: l’ex sacerdote aveva costruito un sistema fondato su contatti fisici a chiara connotazione sessuale, manipolazione psicologica e abuso del ruolo religioso. Altro che missione pastorale.  Rugolo aveva sviluppato un approccio predatorio, incompatibile con qualsiasi funzione educativa o spirituale. Un comportamento sistematico, reiterato, lucido.

Palpeggiamenti. Mani sui genitali. Pacche “per scherzo”. Baci prolungati. Commenti sessuali. Docce condivise con giovanissimi. Tutto avveniva dentro spazi ecclesiastici, in un contesto di fiducia totale. Tutto veniva mascherato da affetto, da confidenza, da normalità.

I giudici parlano di una personalità disturbata, narcisistica, manipolatoria. Rugolo selezionava le sue vittime: ragazzi fragili, bisognosi di attenzione, desiderosi di approvazione. Li isolava. Li rendeva emotivamente dipendenti. Li confondeva.

E quando qualcuno cercava di allontanarsi, arrivavano la gelosia, le scenate, il senso di colpa: “mi stai tradendo”, “non posso più fidarmi di te”.

Per le vittime era un incubo silenzioso. Un sistema chiuso, soffocante, dove l’abuso diventava routine e la paura impediva di parlare. Dove il prete non era solo un uomo, ma un’autorità intoccabile.

Le motivazioni della sentenza sono chiare: non si trattava di rapporti consensuali. Non si trattava di gesti ambigui. Era violenza sessuale. E la Corte respinge ogni tentativo della difesa di ridurre quei fatti a “scherzi” o “goliardia”.

Ma c’è un altro livello, ancora più inquietante. Attorno a Rugolo c’era un contesto. Una struttura. Una diocesi. La Curia di Piazza Armerina esce dal processo in appello solo per una questione tecnica. Non perché i fatti siano stati smentiti. Non perché le responsabilità siano venute meno. I giudici lo scrivono chiaramente: nessun proscioglimento nel merito.

E sulla ricostruzione di ciò che è accaduto, la Corte d’Appello richiama integralmente la sentenza di primo grado. Quella che descrive un sistema di omissioni, minimizzazioni, silenzi.

Un sistema che ha permesso al predatore di agire indisturbato.

Oggi resta una verità giudiziaria definitiva: in quella parrocchia la fede è stata usata come copertura. E il silenzio istituzionale ha fatto il resto. Perché quando un predatore agisce per anni, non è mai solo.

C’è sempre qualcuno che non ha visto. O ha scelto di non guardare.

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