Pizzardi: "Dopo 45 giorni di protesta dove sono i risultati per l'ospedale? Di Stefano gioca partita politica?"

L'ex assessore lancia più di un sospetto, ovvero che la vertenza sanità sia diventata una mobilitazione politica, cavalcata da Di Stefano, anche per arrivare alle dimissioni del manager Asp Salvatore Ficarra

18 settembre 2026 17:33
Pizzardi: "Dopo 45 giorni di protesta dove sono i risultati per l'ospedale? Di Stefano gioca partita politica?" - Antonio Pizzardi
Antonio Pizzardi
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Gela. Non ha mai lesinato critiche al modus operandi dell'amministrazione comunale, nella vertenza sanità, e ancora una volta l'ex assessore della giunta Greco, Antonio Pizzardi, che la delega in materia l'ha portata avanti durante la sua esperienza amministrativa, mostra un'evidente distanza dal primo cittadino. Secondo Pizzardi, la mobilitazione che prosegue da quarantacinque giorni, davanti all'ospedale “Vittorio Emanuele”, nel tentativo di arrivare a un potenziamento, dice anche altro. L'ex assessore lancia più di un sospetto, ovvero che la vertenza sanità sia diventata una mobilitazione politica, cavalcata da Di Stefano, anche per arrivare alle dimissioni del manager Asp Salvatore Ficarra. Stando a Pizzardi, la protesta avviata dall'amministrazione non si sta caratterizzando per risultati apprezzabili né pratici. “Dopo quarantacinque giorni di protesta è arrivato il momento di chiedersi quali risultati concreti siano stati realmente ottenuti per la sanità di Gela. A proposito dei fantasmi, una battuta va fatta: quando circa un mese fa mi chiedevo se il sindaco stesse ormai combattendo contro i fantasmi, evidentemente non avevo tutti i torti. Perché, se dopo quarantacinque giorni di protesta i medici continuano a mancare e i risultati concreti non si vedono, forse qualche fantasma c’è davvero. Il presidio davanti all’ospedale Vittorio Emanuele è diventato ormai una presenza permanente. Il sindaco ha trasferito simbolicamente il proprio ufficio davanti al nosocomio, ha raccolto firme, ha lanciato appelli e ha trasformato la protesta in una vera e propria campagna di mobilitazione, raccontata anche attraverso i social. Tutto legittimo, naturalmente. La situazione della sanità gelese merita attenzione e i cittadini hanno tutto il diritto di chiedere servizi efficienti, medici, infermieri e risposte. Ma proprio perché il problema è serio, occorre distinguere la protesta dal risultato. Allora la domanda è inevitabile: dopo quarantacinque giorni, cosa è cambiato concretamente? Quanti medici sono stati assunti? Quanti professionisti sono arrivati? Quali reparti sono stati realmente potenziati? Quali servizi sono stati salvaguardati o riattivati? Quali provvedimenti concreti sono stati adottati? Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare ogni bilancio della protesta. Le firme raccontano il disagio, ma non risolvono il problema. La raccolta delle firme può avere un valore simbolico e rappresentare il malessere di una comunità. Ma non può essere confusa con un risultato sanitario. Le firme non assumono medici, non riaprono reparti, non garantiscono turni, non acquistano servizi e non restituiscono efficienza a un ospedale. Presentarle come una sorta di medaglia politica rischia quindi di confondere due piani diversi: il legittimo disagio dei cittadini e il risultato amministrativo della protesta. Il disagio, peraltro, esisteva prima del gazebo e continuerà a esistere finché non arriveranno soluzioni concrete. La politica dovrebbe avere il coraggio di misurarsi proprio su questo: non sulla quantità di fotografie pubblicate, sulla durata del presidio o sul numero delle firme raccolte, ma sulla capacità di trasformare la protesta in risultati verificabili. Il reclutamento dei medici: l'annuncio non basta. Un altro punto riguarda l’iniziativa del Comune per raccogliere candidature di medici disponibili a lavorare a Gela. L'iniziativa può certamente rappresentare un tentativo di contribuire alla soluzione del problema. Ma anche in questo caso bisogna distinguere l’annuncio dal risultato. Il sindaco ha comunicato attraverso i social di avere ricevuto numerose manifestazioni di interesse da parte di medici. Bene. Ma oggi la domanda è: quanti di quei professionisti sono effettivamente arrivati? Quanti hanno assunto servizio? In quali reparti? Con quali contratti e con quali tempi? Perché una manifestazione di interesse non equivale a un’assunzione. Soprattutto il reclutamento del personale sanitario deve passare attraverso le procedure dell’Asp, che è il soggetto competente per l’organizzazione e l’impiego del personale dell’azienda sanitaria. Non è quindi sufficiente dire che molti medici hanno risposto all’appello. Bisogna verificare quanti siano diventati concretamente una risorsa per l’ospedale. Del resto, l’Asp di Caltanissetta ha già attivato proprie procedure per il reclutamento di dirigenti medici, attraverso avvisi per incarichi libero-professionali e a tempo determinato in diverse discipline e nei reparti di emergenza-urgenza. La documentazione esaminata indica una procedura aperta fino al 31 dicembre 2026, con valutazione dei curricula e colloquio. Questo non significa che il problema del personale sia stato risolto. Significa però che non è corretto rappresentare la situazione come se il reclutamento fosse stato ignorato dall’azienda. Il punto vero è un altro: capire quanti professionisti arriveranno davvero a Gela e in quanto tempo”, spiega Pizzardi in una nota. La sua posizione sembra propendere per una maggiore garanzia in favore di Asp, oggetto invece di fortissime critiche da parte dei sindaci del territorio, con in testa Di Stefano che ha chiesto ufficialmente le dimissioni del manager Salvatore Ficarra e il commissariamento. “In questo clima il sindaco ha chiesto le dimissioni del direttore generale dell’Asp di Caltanissetta, Salvatore Ficarra, arrivando a chiedere anche il commissariamento dell’azienda. È una posizione politica legittima. Ma proprio per questo merita una discussione seria. Prima di trasformare il dottor Ficarra nel responsabile di ogni problema della sanità gelese, sarebbe opportuno ricordare chi è il dirigente contro il quale viene indirizzata una parte così importante della protesta. Il curriculum del dottor Ficarra racconta una carriera costruita in decenni di management sanitario. È stato direttore amministrativo dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela, dell’Asp di Enna e dell’Asp di Agrigento. È stato poi direttore generale dell’Asp di Agrigento, commissario straordinario dell’Asp di Ragusa e direttore generale dell’Asp di Siracusa, prima di tornare alla guida dell’Asp di Caltanissetta. Non è dunque un dirigente che si affaccia per la prima volta alla gestione della sanità pubblica. Il suo percorso comprende inoltre due lauree, in giurisprudenza e in economia aziendale, un master di secondo livello in ambito giuridico-sanitario, attività di docenza e pubblicazioni specialistiche. È un curriculum che testimonia una lunga esperienza ai vertici della sanità siciliana e che, al di là delle valutazioni politiche che ciascuno può esprimere, non può essere semplicemente cancellato dalla discussione pubblica. Questo non significa che Ficarra debba essere considerato immune dalle critiche. Un direttore generale deve essere giudicato per gli atti che compie, per le decisioni che assume e per i risultati che produce. Ma proprio per questo deve essere giudicato sulla base dei fatti e delle competenze effettive, non trasformato automaticamente nel capro espiatorio di una situazione complessa che coinvolge diversi livelli istituzionali. La domanda politica che nessuno dovrebbe evitare. E' qui che il dibattito diventa più interessante. Ficarra è stato nominato alla guida dell’Asp dalla Regione. La sua gestione può essere criticata e sottoposta a verifica. Ma quando una protesta locale arriva a concentrarsi in maniera così forte sulla figura del direttore generale, è legittimo chiedersi se, oltre alla questione sanitaria, non si stia inserendo anche una partita politica più ampia. Non significa sostenere che esista un disegno coordinato o una regia occulta: per affermarlo servirebbero fatti e prove che sicuramente non mi interessa andare a riscontrare. Significa però porre una domanda politica: il sindaco sta combattendo soltanto una battaglia per l’ospedale oppure, consapevolmente o meno, rischia di essere diventato parte di uno scontro più grande che ha come bersaglio anche il direttore generale dell’Asp? È una domanda che nasce anche dal fatto che Ficarra è un dirigente con un lungo percorso istituzionale e che la sua nomina alla guida dell’Asp si colloca dentro gli equilibri della politica sanitaria regionale. Proprio per questo, sarebbe un errore trasformare una questione sanitaria in una guerra personale o in una guerra finalizzata per conto di altri. Una precisazione personale, doverosa. A questo punto ritengo necessario chiarire anche una questione che mi riguarda personalmente. Qualcuno, per ragioni evidentemente politiche, ha sostenuto che le mie posizioni sarebbero una sorta di difesa d’ufficio dell’Asp di Caltanissetta, anche in considerazione del mio passato da assessore. Nulla di più lontano dalla realtà. Io non sono organico all’Asp di Caltanissetta, non ricopro alcun incarico all’interno dell’azienda e non ho alcun rapporto di dipendenza con essa. La mia esperienza amministrativa mi ha consentito di conoscere da vicino le difficoltà della macchina pubblica e, proprio per questo, ritengo che le istituzioni debbano essere giudicate sulla base delle proprie responsabilità, dei propri atti e dei propri risultati. La mia non è una difesa d’ufficio dell’Asp e tantomeno una difesa personale di Ficarra. È una difesa della verità dei fatti. Se l’Asp sbaglia, va detto. Se Ficarra sbaglia, va detto. Se ci sono responsabilità da accertare, devono essere accertate. Ma se vengono attribuite all’Asp responsabilità che appartengono ad altri livelli istituzionali, oppure vengono presentate come risultati iniziative che risultati concreti non hanno ancora prodotto, allora è altrettanto doveroso dirlo. Non difendo l’Asp. Difendo il diritto dei cittadini di Gela a ricevere un’informazione corretta, senza propaganda e senza capri espiatori. La politica si misura con i risultati. Alla fine, il problema è tutto qui. La protesta può essere lunga un giorno o cento giorni. Un gazebo può raccogliere cento firme o diecimila. Un video sui social può ottenere migliaia di visualizzazioni. Ma un ospedale non si misura con i gazebo. Si misura con medici, infermieri, reparti funzionanti, servizi garantiti, tempi di attesa, organizzazione e continuità assistenziale. Per questo, dopo quarantacinque giorni, è arrivato il momento di passare dalla mobilitazione alla rendicontazione. Il sindaco dica quali risultati ha ottenuto. Ciascuno risponda delle proprie competenze. Perché non serve stabilire chi abbia vinto una guerra politica. Serve capire chi sta facendo cosa per risolvere i problemi dell’ospedale di Gela. Le firme raccontano la rabbia e il disagio di una comunità. Ma non sono un risultato sanitario. Le candidature dei medici rappresentano un possibile punto di partenza. Ma finché non si trasformano in assunzioni e presenza effettiva nei reparti, non sono ancora una soluzione. Il curriculum di Ficarra dimostra che davanti non c’è un dirigente improvvisato, ma un manager con una lunga esperienza nella sanità pubblica siciliana, il cui operato sicuramente non può passare al vaglio da soggetti che non hanno alcun titolo se non manifestare attraverso voci singole sperando in un senso di unione. Alla fine, il criterio deve essere uno solo: i risultati. Gela non ha bisogno di un gazebo permanente. Gela ha bisogno di medici. Soprattutto ha bisogno che Comune e Asp smettano di combattersi sul terreno della comunicazione e si confrontino, ciascuno per le proprie responsabilità, sul terreno concreto delle soluzioni”, conclude l'ex assessore.

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