Un mercato parallelo dei beni archeologici trafugati: chiuse indagini, coinvolti anche gelesi
L'inchiesta ribattezzata “Ghenos-Scylletium” ha portato a ricostruire un presunto mercato parallelo di beni archeologici trafugati da siti di scavo, “anche in territorio di Gela”
Gela. Le misure furono eseguite dagli investigatori sul finire dello scorso anno, per quello che fu ritenuto, nell'ambito dell'inchiesta ribattezzata “Ghenos-Scylletium”, un mercato parallelo di beni archeologici trafugati da siti di scavo, “anche in territorio di Gela”. Le indagini, condotte dai pm della procura di Catania, insieme a quelli calabresi (dato che l'attività si è sviluppata sia sul versante siciliano sia su quello calabro), sono state chiuse. Lo scorso anno, misure restrittive vennero imposte pure a due gelesi, il sessantenne Simone Adriano Pretin (difeso dai legali Francesco Salsetta e Filippo Di Mauro) e il cinquantaseienne Vincenzo Boccadifuoco, già coinvolti in indagini analoghe. Misure inoltre per Filippo Asero, Salvatore Camonita, Giuseppe Esposito, Leandro Insolia, Michele Nicotra, Gianfranco Paternò, Santo Sambataro, Salvatore Bonaventura, Giuseppe Di Mauro, Salvatore Cavallaro, Carmelo De Luca, Fortunata Di Dio, Domenico Faranda, Gaetano Faranda, Enrico Lo Verde, Settimo Minnella, Sergiu Pop, Vito Stancanelli, Giuseppe Strano e Salvatore Tomasello. I due gelesi pare fossero spesso in contatto durante il periodo monitorato dai pm e dai carabinieri, almeno dal 2022. Quello che avevano a disposizione i gelesi sarebbe stato di notevole interesse per il mercante d’arte internazionale William Veres, nato in Ungheria ma residente in Inghilterra, già figura centrale nell’indagine “Demetra”. Sarebbe stato Veres ad acquistare da un ricettatore gelese, non identificato, “un lotto di reperti archeologici”. Nel corso di uno degli scavi illegali, “nella zona di Gela”, due indagati avrebbero commentato un importante ritrovamento, con “monete e medaglioni”. A Gela, sarebbe arrivato per trattare acquisti l’etneo Pietro Tomasello, più volte monitorato dagli investigatori, e destinatario di una misura agli arresti domiciliari. Secondo gli inquirenti, chi stava nel giro degli scavi illegali e del mercato dei beni trafugati, era in grado di riconoscere i tanti pezzi che venivano immessi nel circuito e riprodurli. Gli investigatori condussero accertamenti e perquisizioni in città.
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