Protesta sanità, Pci: "Tutti hanno colpe, servono veri investimenti pubblici"
Fino a oggi non hanno aderito al presidio allestito davanti all'ospedale “Vittorio Emanuele”, che l'amministrazione ha deciso di avviare per rivendicare il potenziamento della sanità cittadina
Gela. I comunisti, che in città due anni fa sostennero il sindaco Terenziano Di Stefano, fino a oggi non hanno aderito al presidio allestito davanti all'ospedale “Vittorio Emanuele”, che l'amministrazione ha deciso di avviare per rivendicare il potenziamento della sanità cittadina. Del resto, il gruppo del Pci, da qualche tempo, ha preso le distanze dalle scelte dell'amministrazione, anche se senza troppi clamori. Il gruppo locale e quello regionale lamentano che anche la mobilitazione per la sanità rischia di diventare specchio elettorale. “La vicenda dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela non è soltanto una vertenza locale, è lo specchio di una crisi più profonda: quella di una sanità siciliana governata, da destra come da centrosinistra, attraverso tagli, riorganizzazioni calate dall’alto, carenze di personale e una continua rincorsa alle emergenze. Da settimane a Gela si protesta contro il depotenziamento dell’ospedale e per ottenere certezze sul nuovo nosocomio. Il sindaco Terenziano Di Stefano ha trasferito simbolicamente davanti al Vittorio Emanuele gli uffici della propria amministrazione, mentre esponenti del Pd e del Movimento 5 Stelle hanno partecipato alla mobilitazione. Una protesta condivisibile che ha avuto una forte eco pubblica e che ha contribuito a riportare il problema della sanità al centro dell’attenzione. Ma una domanda politica resta inevasa: qual è la proposta complessiva per cambiare il modello sanitario siciliano? Perché il problema non è cominciato con l’attuale governo regionale. Nel 2009 il presidio di Gela venne inserito in un processo di accorpamento con Niscemi e Mazzarino, dentro una riorganizzazione che prevedeva già la rifunzionalizzazione delle strutture minori e la cessazione delle funzioni per acuti a Mazzarino. Negli anni successivi la rete ospedaliera regionale ha continuato a ridisegnare gerarchie e funzioni. Nel 2017 il Vittorio Emanuele venne confermato come ospedale spoke di primo livello, mentre il Sant’Elia di Caltanissetta assumeva il ruolo di hub di secondo livello; Mazzarino e Niscemi venivano collocati tra i presidi destinati a funzioni differenti da quelle degli ospedali di primo livello. Questa storia ha attraversato governi e maggioranze differenti, ed è proprio questo il punto che il Partito Comunista Italiano intende porre con chiarezza. Non esiste una destra responsabile di tutti i mali della sanità siciliana e un centrosinistra innocente che oggi si limita a denunciarli; la crisi del sistema pubblico viene da lontano e chi ha governato la Sicilia negli ultimi decenni deve assumersi la propria parte di responsabilità. Anche il centrosinistra deve fare i conti con le scelte compiute quando era al governo regionale e nazionale, perché non basta ricordare ciò che è accaduto dopo il 2017 e dimenticare ciò che è avvenuto prima. Lo stesso vale per la mobilitazione odierna. Manifestare davanti a un ospedale è legittimo, anzi, difendere il diritto alla salute è necessario. Ma la protesta non può diventare una liturgia elettorale nella quale ogni forza politica seleziona soltanto le responsabilità degli altri. La sanità non si difende con i selfie. Si difende programmando il fabbisogno di medici e infermieri, garantendo i turni, finanziando i servizi, riducendo le liste d’attesa, potenziando il pronto soccorso, integrando ospedali e medicina territoriale e impedendo che la carenza di personale diventi il pretesto permanente per svuotare i presidi. I numeri più recenti mostrano quanto il problema sia strutturale. Ancora nel luglio 2026 l’ASP di Caltanissetta ha dovuto bandire un nuovo concorso per 16 medici, destinati ai diversi presidi della provincia, tra cui Gela, Niscemi, Mazzarino e Mussomeli. È la conferma di una contraddizione che la politica siciliana continua a non voler affrontare: non si può costruire una rete sanitaria seria semplicemente distribuendo sulla carta reparti e posti letto se poi mancano le persone che devono garantire l’assistenza. E non è accettabile neppure mettere i territori gli uni contro gli altri. Gela non deve essere costretta a scegliere tra il proprio ospedale e il diritto alla salute degli abitanti di Niscemi o Mazzarino. Niscemi e Mazzarino non possono essere condannate al progressivo impoverimento dei propri servizi per alimentare un altro presidio. La vera alternativa consiste nel costruire una rete pubblica nella quale ciascuna struttura abbia una funzione definita, personale adeguato e servizi coerenti con i bisogni della popolazione. Oggi, peraltro, la stessa programmazione regionale va nella direzione del rafforzamento delle strutture territoriali: nel 2026 sono state attivate le Case di Comunità di Mazzarino e Niscemi nell’ambito degli interventi finanziati dal Pnrr. Questo dovrebbe aprire una discussione seria, non una guerra tra campanili: quali prestazioni devono essere garantite vicino ai cittadini e quali devono essere concentrate in ospedali adeguatamente dimensionati e realmente dotati di personale? È questa la discussione che manca. Il Partito Comunista Italiano non intende unirsi alla gara delle responsabilità selettive. Non ci interessa stabilire quale colore politico abbia prodotto il singolo taglio o quale deputato possa oggi attribuirsi il merito dell’ultimo posto letto recuperato. Ci interessa molto di più affermare una cosa semplice: la salute non può essere subordinata al consenso elettorale. È per queste ragioni che il Pci ha avviato una campagna nazionale di sensibilizzazione per promuovere la de-privatizzazione programmata dell’intero sistema sanitario nazionale: proprio la Sicilia, infatti, rappresenta un caso emblematico in cui, pur in presenza di percentuali di posti letto assegnati in linea con i numeri assegnati alle altre regioni italiane, per quanto riguarda invece le attività specialistiche e diagnostiche, registra una preponderanza fuori media nazionale delle quote gestite dalle strutture private accreditate, con conseguente maggiore sottrazione di risorse e di personale al servizio pubblico. La sanità pubblica siciliana ha bisogno di una svolta radicale: servono investimenti pubblici, assunzioni stabili, valorizzazione del personale, programmazione territoriale, integrazione sociosanitaria e una drastica riduzione della dipendenza dalle strutture private. Serve una rete ospedaliera costruita sui bisogni epidemiologici e demografici, non sulla forza dei singoli bacini elettorali. Il nuovo ospedale di Gela può e deve essere realizzato, ma non può diventare l’unica risposta: un edificio nuovo senza medici, infermieri, tecnici e servizi funzionanti sarebbe soltanto una nuova scatola vuota. Soprattutto Gela non deve essere usata come campo di battaglia per una competizione politica tra centrodestra e centrosinistra, la Sicilia ha bisogno di un’altra idea di sanità. Una sanità nella quale il diritto costituzionale alla salute venga prima della convenienza politica; una sanità nella quale la programmazione regionale venga sottratta alla logica dei piccoli interessi territoriali; una sanità nella quale il pubblico torni a essere il soggetto principale e non il finanziatore indiretto di un sistema sempre più frammentato”, spiega il segretario regionale Marco Filiti. Della segreteria regionale fa parte l'attuale riferimento locale del partito, Nuccio Vacca. “Per questo il PCI siciliano ritiene necessario costruire una vera alternativa popolare di sinistra: non una sinistra che riscopre gli ospedali soltanto quando è all’opposizione. Nemmeno una sinistra che denuncia oggi ciò che ieri non ha saputo o voluto contrastare. Non una sinistra ridotta a stampella di governi regionali che cambiano colore ma conservano, nella sostanza, lo stesso modello. Serve una sinistra capace di dire contemporaneamente sì al potenziamento di Gela, sì ai servizi sanitari di prossimità a Niscemi e Mazzarino, sì alle assunzioni, sì alla medicina territoriale, sì agli investimenti pubblici e no alla trasformazione della salute in merce o in strumento di consenso. La vertenza del Vittorio Emanuele può dunque essere un punto di partenza, ma soltanto se dai gazebo si passerà alla politica, perché il problema della sanità siciliana non è stabilire chi possa mettere la propria firma sotto una protesta, ma decidere quale modello di sanità vogliamo costruire e, soprattutto, per chi. Il Partito comunista italiano una risposta ce l’ha: una sanità pubblica, universale, gratuita e realmente accessibile, sottratta alla logica del profitto e del consenso elettorale. È su questa alternativa che intendiamo confrontarci con i lavoratori della sanità, con le organizzazioni sindacali, con i comitati, con i cittadini e con tutte le forze della sinistra siciliana. Non per difendere un gazebo, ma per difendere un diritto”, concludono gli esponenti Pci.
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