"Non sono capo dei Rinzivillo, ho ripudiato la malavita", Tasca: "Non so nulla del traffico di droga, Cavallo mente"
Il sessantunenne Giuseppe Tasca, figura di riferimento, secondo gli investigatori, nella struttura di Cosa nostra locale, ha risposto alle domande in aula
Gela. “Capo del clan Rinzivillo? Sono uscito da quei contesti nel 1996, quando sposai la figlia di un ex appartenente alle forze dell'ordine. Ho ripudiato la malavita, pure quando sono uscito dal carcere. Ho fatto dichiarazioni spontanee ammettendo miei reati e secondo le regole dei clan sono un infame”. Il sessantunenne Giuseppe Tasca, figura di riferimento, secondo gli investigatori, nella struttura di Cosa nostra locale, ha risposto alle domande del difensore, l'avvocato Danilo Tipo, durante il dibattimento in corso scaturito dalla maxi inchiesta antimafia “Ianus”. Per i pm della Dda di Caltanissetta, in aula con il pubblico ministero Claudia Pasciuti, proprio Tasca avrebbe retto le file della struttura del clan di Cosa nostra, diretta emanazione dei fratelli Rinzivillo, da anni ristretti sotto regime di 41 bis. “Giuseppe Pasqualino è mio genero ma non mi ha mai parlato del traffico di droga – ha continuato Tasca – se mi consegnò cinquantamila euro? Assolutamente, no. Durante la mia lunga detenzione, dal 1991 e fino al 2018, non ho mai avuto soldi a disposizione. Non so chi siano i calabresi che trafficavano droga. Non ho mai conosciuto quelli di Polistena”. Tasca è tornato su fatti specifici, come l'incontro con catanesi attivi nell'affare della droga. Una vicenda che si lega, per gli inquirenti, al furto di un chilo di cocaina che veniva addebitato proprio a Pasqualino. “E' vero mi presentai quella volta – ha aggiunto – ma solo perché avevo paura che potesse accadere qualcosa a mio genero. Ho voluto spiegargli che Pasqualino non c'entrava”. Tasca ha descritto una condizione che, dopo aver lasciato il carcere, lo portò a cercare un'occupazione. “Inizialmente, lavorai in un forno. Mi occupavo della preparazione di prodotti di rosticceria – ha detto ancora – poi, fu Rosario Greco, dato che il figlio aveva avuto un incidente riportando ferite, a chiedermi se volevo lavorare nella sua pizzeria “La Capricciosa”. Ho accettato, era regolarmente assunto. A un certo punto, iniziai a dare una mano nella seconda pizzeria “La Capricciosa”, sul lungomare Federico II di Svevia. Quando arrivò la pandemia, però, si lavorava molto meno e la seconda pizzeria venne successivamente chiusa. Ma io non ho mai investito in quei locali. Davo solo un aiuto e lavoravo”. Il sessantunenne, che ha un lungo passato criminale e che secondo i pm della Dda avrebbe orchestrato il traffico di droga, ha smentito le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giuseppe Cavallo, ex vertice della stidda, che lo ha descritto appunto come capo del gruppo Rinzivillo. “Io con Giuseppe Cavallo non ho mai parlato – ha precisato – anche quando dice che mi venne a parlare al locale dopo che ci fu il tentato omicidio di Carmelo Raniolo, mente. Così come non ho mai incontrato i niscemesi, compreso Alberto Musto”. A delineare un ruolo di vertice, ricoperto da Tasca nella struttura di Cosa nostra locale, è stato pure un altro ex esponente del gruppo Rinzivillo, a sua volta diventato collaboratore di giustizia, Giuseppe Schembri. Tra gli altri aspetti, ha riferito della scissione messa in atto dalla sua ala criminale: avrebbe preso le distanze dal nucleo storico, legato ai fratelli Rinzivillo, e retto dallo stesso Tasca. In questo filone processuale, sono a giudizio, oltre a Tasca, Vincenzo Alberto Alabiso, Rosario Greco, Benedetto Giuseppe Curva’, Ignazio Agrò, Loredana Marsala, Marius Vasile Martin, Vincenzo Mazzola, Diego Milazzo (1984), Morena Milazzo, Orazio Monteserrato, Brahallan Ivan Escobar Buritica, Gianluca Attardo, Maurizio Domicoli, Dario Rinzivillo, Andrei Pascal, Giuseppe Terrasi, Giovanni Rinzivillo, Samuele Rinzivillo e Vincenzo Donzella. Parti civili, sono il Comune di Gela, su mandato dell’amministrazione, rappresentato dall’avvocato Giusy Ialazzo, e il Ministero dell’interno, attraverso l’Avvocatura dello Stato (con il legale Giuseppe Laspina). In un altro filone processuale, scaturito dalla stessa inchiesta, la Corte d'appello di Caltanissetta ha accolto l'eccezione difensiva, disponendo l'annullamento dei verdetti di condanna pronunciati dal gup del tribunale di Caltanissetta, in abbreviato. Gli imputati nel giudizio ordinario sono rappresentati dagli avvocati Giacomo Ventura, Filippo Spina, Carmelo Tuccio, Gioacchino Mulè, Rocco Cutini, Salvatore Pennica, Nicoletta Cauchi, Flavio Sinatra, Carmelo Terranova, Guido Contestabile, Gaetano Rizzo, Giovanni Salvaggio, Calogero Lo Giudice, Calogero Meli, Paolo Ingrao, Matteo Anzalone, Rosanna D’Arrigo e Teresa Raguccia.
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